ll pendolare

scritto da Supersoul
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Testo: ll pendolare
di Supersoul

Lo scompartimento traballava sulle rotaie mutilate dalle bombe.
I sedili sfondati accentuavano il disagio rassegnato e taciturno dei suoi passeggeri. La giovane donna con in grembo il figlio neonato avvolto in una coperta della Croce Rossa; l'uomo anziano dai capelli lunghi e bianchi chino sulle pagine logore di un libro; il militare assopito col basco sulla fronte, le gambe distese, gli scarponi sfondati in bella vista; il sacerdote dalla tunica lisa e spoglia di numerosi bottoni intento a recitare tra sé e sé l'omelia della domenica; la ragazza di campagna con il fazzolettone in testa, le guance rosse e l'espressione guardinga di chi sale per la prima volta su un treno.
L'unico posto libero era occupato da cappelli, fagotti, borse, salami, pane... Cosicché, quando alla stazione di Deruta fece la sua comparsa il sesto passeggero, un uomo piccolo e calvo, tutti fecero finta di non vederlo.
“Mi dispiace, ma è l'unico posto libero in tutto il vagone, posso?” domandò il nuovo arrivato.
Un silenzio imbarazzato fu la risposta alla sua domanda. Ma il piccolo uomo non si perse d'animo. Prima mise un piede dentro per vanificare qualsiasi tentativo di chiuderlo fuori, e poi tornò a far sentire la sua bella voce:
“Non ho bagaglio, come vedete, sono pendolare, passo metà della vita sopra a queste carrette; e indovinate un po' che cosa ho imparato in tutto questo tempo?”
L'uomo anziano interruppe la lettura per rispondere:
“A leggere libri?”
“Anche quello. I primi anni da pendolare non facevo altro, ma poi ho capito che potevo fare di meglio.”
“E cioè?” fece la giovane mamma. Quel piccolo uomo le ispirava fiducia.
“Dovete indovinarlo, è facile.”
“A suonare la chitarra?” provò la giovane contadina arrossendo. Anche a lei piaceva quell'uomo dalla voce morbida e rotonda.
“Ci ho pensato, ma portarsela appresso non è facile per un operaio come me.”
Il sacerdote si alzò e raccattò le sue cose per liberare il sedile. E così fecero pure gli altri.
Il pendolare si sedette e riprese a parlare:
“Come si chiama il piccolo?”
“Eduardo, come il nonno paterno” rispose la giovane mamma.
“Bellissimo nome. Viene subito in mente il grande Eduardo De Filippo. Una volta ho avuto la fortuna di viaggiare con lui, proprio come oggi con voi.”
“E come è?” domandò il militare sollevandosi il basco dalla fronte.
“Una persona vera, semplice pur nella sua grandezza di artista. Alla fine, mi ha confessato che non parlava così a lungo con qualcuno dai tempi della scuola.”
“Mi sarebbe piaciuto esserci.”
“Stai tornando a casa dal fronte?”
“Sì, sono in licenza: mi sono beccato una scheggia in una spalla.”
“Una scheggia di cosa? Dicci come è andata... come ti chiami?”
“Mi chiamo Sebastiano.”
“Bene Sebastiano, raccontaci come ti sei beccato la scheggia nella spalla. Eri in trincea?”
“No, ero in motocicletta, faccio il portaordini. Il camion che mi precedeva è stato colpito da un colpo di mortaio. Ho visto volare pezzi di lamiera in tutte le direzioni, poi ho sentito un sibilo e subito dopo un dolore alla spalla: una scheggia del parabrezza me l'aveva passata da parte a parte... ma è stata la mia fortuna... nella disgrazia.”
“Questo è sicuro, non ti ha provocato infezioni e te la sei cavata.”
“Sì, ma ero solo, e sarei morto dissanguato se non mi avesse soccorso una donna in bicicletta che avevo sorpassato qualche minuto prima. Avevo perso i sensi e quando ho riaperto gli occhi, il suo dolce volto era sopra di me. Ho pensato: sono morto, sono in paradiso, e questa è la Vergine Maria.”
“Era così bella?” chiese il sacerdote.
“A me è parsa bellissima. Lo stesso sguardo di mia madre, lo stesso sorriso.”
“La Madonna è la madre di tutti noi, l'unica che ci perdona sempre e ci aiuta nel momento del bisogno come tutte le madri aiutano i propri figli” disse il sacerdote come se parlasse dal pulpito della sua chiesa.
L'uomo anziano alzò gli occhi al cielo.
“Quella donna ti è sembrata così bella, ragazzo mio, perché era bello quello che stava facendo.”
Il sacerdote lo guardò severo e poi sentenziò:
“La guidava la Madonna.”
“Forse la bicicletta...” mormorò l'uomo anziano.
Il sacerdote fece finta di non aver sentito. Già dalle prime frasi aveva capito che quell'uomo non era un credente. E l'esperienza gli aveva insegnato che non bastano le parole di un prete per far cambiare idea a un uomo fatto.
Ci fu uno scossone più violento. La giovane madre si lasciò sfuggire dal grembo il piccolo Eduardo con tutta la coperta. Solo la prontezza del militare evitò il peggio. Lo prese al volo con estrema facilità e poi se lo portò al petto, lo cullò per qualche istante, e lo restituì alla madre, che nel frattempo era scoppiata in lacrime per lo spavento. Singhiozzando, ringraziò il militare e poi mormorò quasi tra sé e sé:
“Ci mancava solo che...”
Tutti la stavano guardando.
“Non so come abbia fatto a sfuggirmi di mano...”
“Sarebbe scappato di mano anche a me con quella botta!” disse la ragazza di campagna allungando una mano per accarezzare la testolina di Eduardo.
Il prete si alzò e benedisse il neonato. Per qualche istante, fu tentato di battezzarlo direttamente.
L'uomo anziano si sentì in dovere di dire qualcosa:
“Eduardo è un bambino fortunato. Se non ci fosse stato Sebastiano, se quella brava donna in bicicletta non lo avesse soccorso...”
Il prete capì di essere in minoranza, ma non rinunciò a dire la sua:
“Cercare di comprendere quali siano i disegni di Dio per ognuno di noi è fatica sprecata.”
“Posso chiederle che libro sta leggendo?” cambiò argomento il pendolare.
Il cappotto, di Gogol. Sarà la quindicesima volta che lo leggo.”
“Posso capirla, anch'io l'ho letto più volte. Quel racconto ha un fascino tutto suo.”
Il pendolare tacque qualche istante e poi fece all'uomo anziano:
“Le posso chiedere che cosa fa nella vita?”
“Ero maestro d'orchestra prima della guerra.”
“Che bello!” commentò la ragazza di campagna “Mi piacciono le bande, con la divisa, le trombe, i tamburi... mi piacerebbe tanto saper suonare uno strumento.”
“La musica rende felici, signorina. E fare musica equivale a donare gioia agli altri e a se stessi. Se lei è così desiderosa di fare musica, la faccia. Basta avere la voce, per cantare” le rispose l'ex maestro d'orchestra.
“Mi chiamo Teresa, mi chiami per nome, per favore, non signorina: non sono abituata.”
“D'accordo, Teresa, ti esorto a cantare. Se ami la musica, di sicuro sai farlo... sbaglio?”
“Sì, è vero, canto spesso... ma non so se canto bene.”
“Non è importante; cantare fa bene in ogni caso.”
“Anche a me piace cantare,” s'intromise il militare “prima della guerra cantavo nel coro...”
“Della parrocchia?” lo interruppe il sacerdote.
“Del battaglione” concluse Sebastiano.
“Tenore?” chiese il maestro.
“Sì, come ha fatto a capirlo?”
“Un po' d'orecchio ce l'ho ancora.”
“Perché non cantiamo qualcosa insieme, allora?” intervenne il pendolare “Come Quel mazzolin di fiori... che vien dalla montagna...
Teresa non si fece pregare e aggiunse la sua voce fresca e squillante a quella del pendolare. Poi si unì a loro il maestro di musica, facendo i gesti tipici di chi dirige un'orchestra con una bacchetta immaginaria.
Sebastiano si alzò in piedi, si tolse il basco, e fece sentire la sua voce tuonante.
La mamma di Eduardo non cantava, ma sorrideva come non le succedeva più da mesi. Persino il prete si mise a cantare con quanto fiato aveva in corpo.
“Terni. Stazione di Terni.”
La voce nasale e gracchiante degli altoparlanti risuonò nello scompartimento.
Tutti si zittirono.
“Siamo già arrivati?” fecero in coro.
Tutti tranne il pendolare che si compiacque di rispondere:
“Sì, siamo già arrivati.”


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